“Sono Roberto e sono senza identità.
L’unica cosa che ricordo di ciò che ho vissuto sono dei frammenti, un’intera età sbiadita dal tempo e dalla malattia.
Non ci ricordiamo mai completamente ciò che viviamo durante tutta la nostra esistenza, ma non averne nemmeno una vaga idea è una sensazione indescrivibile.
Le esperienze vissute creano la nostra identità e io – che non ne ho più grande memoria – mi sento privo di identità.
Come può una persona essere priva di essa se già il fatto di esistere crea un’individualità unica e inimitabile? E’ un quesito che mi sta torturando molto ultimante.
Io sono il frutto di quello che mi è accaduto nel tempo.
Le persone da cui ho attinto per crescere non significano più nulla per me.
I luoghi, una volta spettatori delle mie giornate, sono ora irriconoscibili.
Gli odori che hanno accompagnato tutti i miei ricordi, quelli familiari e rassicuranti, non so più a cosa associarli.
Le fotografie trovate in soffitta o appese in giro per la casa, sembrano testimonianze di una vita di sconosciuti.
La mia identità è quasi tutta cancellata con una gomma, i segni dei tratti di una matita, però, rimangono.
Questi scatti sono l’ombra di quei tratti, una volta calcati, ora, a malapena accennati.
Sono Roberto e l’unica cosa di cui sono sicuro è questa.”















Sveglia alle 7, spesso sono già sveglio prima che suoni.
Mi alzo, vado a lavarmi il viso e faccio colazione con il the e i biscotti.
Il tavolo della mia cucina è davanti al balcone che dà sul grande giardino, quando è bel tempo, vado a fare una passeggiata nei dintorni della mia casa per evitare di non ritrovare più la strada per tornare.
Intorno a me ci sono solo campi, qualche passante con il cane mi saluta affettuosamente.
Chi sono? non lo so ma ricambio il saluto ugualmente.
Torno a casa.
Prendo la borsa della spesa e mi dirigo al supermercato più vicino, mi sono segnato la via, prendo il necessario per la giornata e torno nella mia abitazione.
Dò da mangiare ai gatti randagi nel mio cortile e mi preparo il pranzo.
Mangio alle 12 in punto.
Mi siedo sulla poltrona, guardo il telegiornale e qualche altro programma.
Sono le 15, mi chiama il dottore e mi dice di segnarmi dappertutto il prossimo appuntamento che avremo. Io eseguo.
Il resto della giornata lo passo a leggere e a dipingere qualcosa.
È già sera, cena alle 19.
Alle 20:30 il telegiornale in televisione mi tiene compagnia, vedo se c’è qualcos’altro di interessante dopo.
Alle 23:00 spengo tutto e vado a dormire.
Buio.
Sveglia, mi dirigo in bagno, poi verso la cucina, mi faccio un the.
Accade qualcosa di strano, riesco quasi a sentire i dettagli, quelli che non avrei mai pensato di esprimere a parole, guardando il fondo della tazza.
Ho ricordato un istante, un sapore, un odore, le forme nella mia mente mutano sino ad arrivare ad un momento, le mani delicate di mia madre su una tazza fumante di the.
Mi capita altre volte, il dettaglio di una cerniera, delle scale di pietra, delle polaroid che però non riesco a vedere nitidamente, sembra tutto così sfocato e quando mi sembra di ricordare nitidamente, il buio.
Ciò che mi ricordo lo segno su un taccuino con il timore di dimenticare di nuovo, ogni volta che lo rileggo sono lì, in quei momenti lì, non so se siano ricordi reali o solo uno scherzo della mia mente, ma sono le uniche cose a cui posso aggrapparmi.
La memoria può cambiare la forma di ogni cosa, non è la realtà, ma l’essere umano non vive di questo?
Dolci sensazioni lontane, il sapore di un’infanzia, il calore di una persona, il suono di una vita.
Se non riesco a percepire il tempo, come posso guarure da esso?
La mia identità è lacerata.
I frammenti che ricordo e il momento presente sono le uniche cose che hanno un senso, vivrò così il resto della mia vita.
Oggi non mi sono alzato alle 7 come ogni mattina, quando ieri sera ho chiuso gli occhi, tutto mi è apparso chiaro, niente più sfocature.
La nitidezza di una vita mi ha pervaso tutto il corpo, i frammenti si sono ricomposti, un istante dopo, il mio cuore ha cessato di battere.
Dopo questo, il buio.